Ultime Notizie


SERATA DI EMOZIONI AL MONVISO SPORTING CLUB

Mettete in un presera al tavolo Eraldo Pecci, regista-mediano pensante dell’ultimo Toro scudettato, quello datato 1975/76 e Beppe Gandolfo, noto giornalista Mediaset (Canale 5), granata da sempre. Lasciateli andare a braccio parlando di Toro con la “scusa” di presentare i rispettivi libri, “Il Toro non può perdere”, di Pecci e “Toro 1975-76” di Gandolfo e vivete un’ora e mezza di passione ed emozioni. Teatro il Monviso Sporting Club, dell’AD Stefano Ponzano, altro indiscusso e conclamato cuore granata.

Eraldo Pecci, 40 anni dopo, è come lo si era lasciato. Pungente, simpatico, lucido nell’alternare battute e sagaci considerazioni sul calcio di ieri e di oggi. Gandolfo è una sapienza annedotica infarcita di passione per una squadra che ha scritto, 27 anni dopo la tragedia di Superga, un altro pezzo di storia torinista: “E’ bello festeggiare qualcosa che non accade sempre – ha esordito il giornalista torinese davanti alla folta platea del noto circolo sportivo di Grugliasco – come quel magico scudetto del 1976. Ricordarlo a distanza di 40 anni. Ebbe valenze sportive e si legò ad un momento storico particolare del nostro crescere. Fu festeggiato come solo il popolo granata sa fare. Senza email, che non c’erano, telefonini (men che meno) ma “solo” con il semplice tam tam del cuore andammo in 120.000 a Superga a tributare omaggio agli “indimenticabili”. In molti locali della città campeggiò la scritta “Chiuso per scudetto”. Fantastico”.

Introduzione dotta e coinvolgente, quella di Beppe Gandolfo, che ha lasciato spazio al successivo botta e risposta con il campione romagnolo. Come sei arrivato a Torino?: “Lo seppi per caso – ha risposto Pecci – tornando da una trasferta con la Nazionale Militare ed ascoltando la voce che proveniva da una casa di Viserba…Pecci al Torino. Arrivai e non sapevo cosa fosse il Toro ma quando mi avvicinai al Filadelfia capii subito che lì si respirava un’aria particolare. Il Toro è un’idea che va al di là dei risultati.

L’ho vissuto sulla mia pelle ed è stata un’esperienza unica. I componenti di quella squadra che vinse lo scudetto 1975-76 sono rimasti legati e con il mio libro ho voluto in qualche modo sancire questo tipo di unione che non ha tempo”. E poi via con i ricordi di spogliatoio, le scaramanzie come quella legata al saluto costante al pulmann che stava per raggiungere lo stadio da parte della “Signora Bagna Cauda”, che compariva sul balcone della sua abitazione e quasi “benediva” la squadra: “Una volta tardò a farsi vedere e l’attendemmo ansiosi fino a quando non fece la sua apparizione”. I compagni?: “Fantastici – ha proseguito Pecci – perchè ognuno giocava per l’altro e questa era una delle nostre magie. Castellini non dormiva mai, Patrizio Sala mangiava in modo smisurato e poi si addormentava prima dei match. Io ero bravo a gestirli e facevo un po’ da collante”.

Il segreto vero di quella formazione?: “Tasso tecnico, vedi l’attacco con Claudio Sala, Pulici e Graziani, spessore umano e personale. Poi una guida che diede la svolta come Gigi Radice. Non considero in genere gli allenatori così determinanti nel calcio ma Radice cambiò il modo di giocare e fu in questo senso un precursore”. “Fu il primo – ha poi ricordato Gandolfo – ad introdurre come già faceva il basket il doppio allenamento quotidiano”. Eraldo Pecci è rimasto profondamente del Toro: “Ho militato in molte società e quando ne fai parte diventi per causa di forza maggiore un pezzo di loro, vivendone storia e attualità e dando il tuo apporto per scriverne altre pagine. Ma sono rimasto del Toro”. Maglie pesanti quelle ereditate da Pecci in carriera, su tutte quelle di Bulgarelli e Bologna e Ferrini a Torino: “Ad entrambi devo qualcosa ma a Ferrini di più. Fu lui a farmi entrare nel clima Toro e ad insegnarmi il valore della maglia. Quello scudetto fu di tutti, non solo di noi giocatori e in qualche modo ho cercato di ricordarli nel libro”. Speciale anche il rapporto con il Presidente di quel Toro, Orfeo Pianelli: “Alla città di Torino e al suo popolo granata voleva ridare quanto in termini professionali era riuscito a costruire. Giocavamo spesso a carte insieme e vincevo quasi sempre io perchè mi concentravo molto di più e seguivo l’andamento della partita. Orfeo era un giusto e un generoso, personaggio indimenticabile. Quando mi cedette alla Fiorentina mi ridiede con gli interessi un investimento che avevo fatto su delle ipotetiche obbligazioni di un suo ramo d’azienda”. E il calcio di oggi?: “Non mi entusiasma. Le squadre intermedie non possono crescere e si allarga sempre di più la forbice tra i colossi e loro. A pagare dazio è lo spettacolo complessivo. Non accade così in Inghilterra e in altri campionati. Sulla velocità di gioco, che tutti considerano enormemente aumentata, ho una mia teoria che va nel senso opposto.

Una volta ci si muoveva in 80 metri, ora in 40. Ecco che tutto sembra dannatamente più frenetico, così come si incrementano le occasioni di contatto e gli infortuni”. E il Toro di oggi, targato Mihajlovic?: “Mi piace – ha risposto prontamente Pecci – percè Sinisa ha subito capito cosa vuol dire Toro. Non così Ventura, di cui non ho mai avuto una grande considerazione. Se Pellè, peraltro deprecabile la sua uscita dal campo senza dargli la mano, si è permesso quel gesto significa che la sua capacità di far breccia nel cuore e nella mente dei giocatori è limitata”. A proposito di cuore….chiudiamo con un nobile compagno di avventure di Pecci, tal Diego Armando Maradona a Napoli: “Per la squadra e i compagni è sempre stato speciale, pronto a combattere in prima persona le cause comuni. In campo era un genio, capace di fare cose dapprima pensate che a nessuno sarebbero venute in mente….come la punizione contro la Juventus, storica”. In quel goal, anche lo zampino di Pecci, per un pezzo di bravura passato agli annali del calcio e guarda caso proprio contro la Vecchia Signora. Valore doppio, ma questa era un’altra storia, o forse no. Chi è del Toro, come Pecci, lo rimarrà per sempre.